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MONDO, DI QUARTIERI DELLA SPERANZA DI IVANA DAMA, FOTO DI BRUNA SERIO

All'arrivo al villaggio di Mondo in Ciad i bambini sono corsi festanti verso di noi per accoglierci; è passato un anno esatto dalla ultima missione per il progetto Sahara Verde dell'Associazione romana Pane e Rose Onlus, l'ultima volta che c'eravamo stati era gennaio, dello scorso anno.
Molti ci riconoscono, ci aspettavano. Basta uno sguardo veloce dalla jeep ancora accesa per accorgerci che alcuni sono cresciuti. Tutti sembrano davvero felici di rivederci. Avevamo promesso a quelle persone che l'avremmo fatto e siamo tornati, era solo questione di tempo e di ... "sicurezza ".
Il Ciad e un paese perennemente in conflitto per questo può capitare che le autorità competenti non ci lascino partire. L'ultima volta è successo lo scorso agosto quando la IX Missione del Sahara Verde era già pronta ad una nuova avventura ed invece, proprio all'ultimo momento, la Farnesina, organo competente in materia, ci ha impedito, proprio per ragioni di sicurezza, di lasciare l'Italia alla volta del paese africano fino a pochi mesi prima in guerra.
Noi giovani volontari siamo allora tornati in Ciad a dicembre nel deserto tra il Sahel ed il Sahara per continuare la strada dell'acqua, la stessa cominciata nel 2004 e che l'Associazione Pane e Rose volle far partire dal villaggio di Mondo proprio per il suo nome particolare, che originariamente era Mondu Gens, ossia "genti che arrivano da lontano".
Ci siamo ritrovati ancora una volta nella desertica regione del Kanem, nel nord del Ciad, una zona particolarmente difficile perché convinti più che mai che il diritto all'acqua sia il diritto umano supremo, inalienabile forse più di ogni altro perché se «di acqua siam tutti, di tutti sia l'acqua). Non possiamo non tener conto del fatto che solo nella fascia sub-sahariana 150 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile.
L'obiettivo di questa nuova missione di cooperazione è stata la realizzazione di 10 pozzi d'acqua e l'avviamento di alcune attività economiche a Mondo pensate e realizzate con e soprattutto per le donne del villaggio, le vittime più deboli e più esposte agli effetti devastanti di un fenomeno assai violento che è prima di tutto economico e poi naturale, una desertificazione che avanza ferocemente annientando quella che un tempo era la savana africana, costringendo uomini ed animali a migrazioni forzate di cui ancora troppo poco si discute.
Al momento del nostro arrivo in Africa il 16 dicembre scorso ci siamo resi conto subito che saremmo stati gli unici stranieri diretti nel Nord del Ciad...
I cooperanti che come noi sono arrivati nella capitale N'djamena lo scorso mese di dicembre puntavano infatti tutti verso il verde e più "affascinante" sud dove le condizioni generali di vita sono molto meno dure anche per la popolazione locale; qualcun altro invece, avremmo scoperto poco dopo, era in Ciad solo di passaggio per raggiungere il confinante e vicinissimo Camerun.
Nella caotica capitale, non disponendo al momento di una sede, il nostro "quartier generale" diventa il Centro di accoglienza cattolico Kabalaye; è gestito da un gruppo di suore di diverse nazionalità che con assoluta dedizione si dedicano quotidianamente, da circa quindici anni, ad un impegnativo lavoro che le assorbe totalmente ma senza il quale ci confessa per tutte la direttrice Suor Magella «la loro vita non avrebbe senso)).
Il Centro, oltre ad essere un punto di accoglienza per cooperanti, volontari e studiosi in transito a N'djamena, è da sempre un luogo di riferimento per i tanti svantaggiati della città; qui si organizzano corsi di alfabetizzazione per donne in difficoltà, corsi di informatica per giovani in cerca di occupazione, giornate studio e di approfondimento su tematiche particolarmente vicine ai bisogni della cittadinanza, il tutto pensato nella logica del rispetto e soprattutto della partecipazione reale alla vita delle comunità della capitale. Ciò che ci ha particolarmente colpito di questo posto, per molti conosciuto come luogo di pace, è la sua collocazione geografica in città: il CAK, struttura cattolica per eccellenza, infatti si trova proprio al centro del popolatissimo quartiere musulmano, un esempio concreto del cosi ricercato ma raro sincretismo religioso. Da operatori di pace in azione sul campo, ci siamo detti in più.occasioni, non potevamo capitare meglio.
Una delle ultime sere in capitale abbiamo deciso di non uscire per cenare in compagnia delle suore del Centro dove eravamo ospiti già da qualche giorno in attesa di terminare delle faccende legate alla logistica della nostra missione prima della partenza per il villaggio di Mondo. Le nostre gentili ospiti sono state contente di poter scambiare quattro chiacchiere con noi italiani e quella sera non sono mancate domande e riflessioni sulla situazione politica italiana e su quella locale, in particolare rispetto al lavoro che sta svolgendo l'attuale Presidente Déby in Ciad; alla fine, i nostri discorsi ci hanno tutti riportato indietro nel tempo, ai mesi dell'inizio dello scorso anno quando proprio a N'djamena ci furono tre lunghe giornate di scontri scaturiti in episodi di violenza urbana legati alla guerra civile tra i ribelli e le guardie nazionali del Presidente in carica in cui persero la vita molti bambini di N'djamena che, nella fuga verso il Camerun, annegarono nel fiume Chari che attraversa la città. Naturalmente non ci ha sorpreso più di tanto il fatto che quelle giornate siano rimaste ben impresse nella memoria delle suore del Centro Kabalaye ed, in generale, di tutti coloro con i quali abbiamo avuto modo di parlare e conoscere un po' più a fondo durante la nostra permanenza in Ciad. Mai è possibile parlare volentieri della guerra, possiamo immaginarlo anche noi che con essa, fortunatamente, non abbiamo fatto i conti direttamente, eppure, quando ci rivolgiamo ai nostri interlocutori, con enorme sorpresa, notiamo che c'è una gran voglia, quasi un bisogno rimasto inespresso, di raccontare e raccontarsi proprio in quei momenti di estrema sofferenza e di incredibili paure.
Hassam, il nostro amico tassista di N'djamena, non ha perso occasione durante ogni corsa per raccontarci di quelle ore di disordini in cui «stranamente non c'era nessuno per strada, neanche nelle caotiche e affollatissime vie della capitale nei pressi del Grand Marché e della grande Moschea all'ora di preghiera, crocevia di stili e culture talvolta lontanissimi. Nei suoi dettagliati racconti, Hassam si è soffermato spesso sulle immagini di "non normalità", a quei momenti di "vita sospesa" possibili solo durante una guerra, quando protagonista indiscussa è per tutti l'umana follia. A noi, nelle strade della capitale, è capitato spesso, soprattutto dopo il tramonto, di sentire i musicisti arabi che suonavano la loro musica tradizionale e che con le loro canzoni e le loro narrazioni rappresentavano la memoria vivente delle tradizioni del popolo arabo. Con Hassam ci siamo soffermati anche su altri argomenti che riguardavano la città, il suo paese; lui ha avuto dawero voGlia di lasciarci qualcosa del "suo mondo", è come se non avesse accettato, sin dall'inizio, l'idea che potessimo ripartire per l'Italia senza aver conosciuto, capito bene, l'essenza della sua terra madre, un contesto sicuramente difficile da interpretare per dei Nassara (bianchi) venuti da lontano come noi, eppure lo stesso luogo che ci ha fatto incontrare.
Hassam ha capito subito l'intento del nostro progetto, la sua genuinità e per questo "si lascia scoprire" ed è estremamente disponibile con noi. Gliene abbiamo parlato a fondo sin dall'inizio, vorrebbe anzi che «anche il suo villaggio natio a pochi km. dalla capitale rientrasse nella nostra strada dell'acqua» perché anche li, appena fuori N'djamena, «la priorità assoluta resta l'accesso all'acqua». Il nostro amico tassista ci introduce immediatamente nel vivo dei problemi della capitale dicendoci che «gli ospedali sono tanti ma per nulla attrezzati)), continuando tra una sosta e l'altra per aiutare noi negli ultimi acquisti prima di partire per il nord ed aggiungendo che «il personale medico e paramedico formato è numericamente inconsistente rispetto ai bisogni e l'economia è ferma da troppo tempo".. .Ci sembra di vedere la fotografia capovolta del villaggio che ormai conosciamo bene, Mondo, dove siamo diretti per cominciare i nostri interventi idrici che sappiamo essere marginali rispetto alla situazione emergenziale appena disegnata da Hassam ma, non lasciandoci prendere dallo sconforto, ci prepariamo a partire più che mai convinti che il nostro intervento sia necessario nell'ottica di quell'auspicato, nonché urgente, cambio di rotta per il paese. Il nostro tassista ci ha parlato di un Ciad in seria difficoltà soprattutto nell'ultimo periodo, del resto ce ne eravamo accorti anche noi dopo solo un giro al mercato li dove la gente fa davvero fatica ad acquistare beni di prima necessità, a mangiare... la malnutrizione è un fenomeno che sta aumentando nel paese e il caro vita riguarda le aree rurali ancor più.che le città che naturalmente stanno sovrappopolandosi... Nei nostri discorsi con Hassam, ci capita di accennare anche al problema dell'istruzione che affligge questo paese; come può esserci democrazia ci chiediamo se non si punta sulla formazione delle giovani generazioni? A Mondo, ad esempio, i giovani non hanno che un'alternativa, migrare, puntare, almeno per cominciare, verso la capitale Arca 400 km, luogo però del tutto impreparato al fenomeno già in atto dell'inurbamento.
Terminati gli ultimi acquisti a N'djamena relativi ad alcuni materiali per la realizzazione dei pozzi nel Kanem e avendo, dopo non semplici ricerche, finalmente chiuso il contratto con la ditta locale di Monsieur Andre che ormai da tempo realizza pozzi nel paese, organizziamo la nostra partenza per il villaggio dove puntavamo ad arrivare prima del buio. Quando le piste sono in buone condizioni e l'autista è pratico di guida nel deserto, si impiegano circa 5 ore attraversando la brousse.
Le cose da fare durante la IX Missione del Sahara Verde sono davvero tante e le risorse umane su cui contare invece numericamente ristrette questa volta ma il gruppo è compatto, parte di questa squadra ha già lavorato insieme l'anno prima. Poi, fortunatamente, con noi c'è D'jilbert, il nostro referente locale, ormai appassionato amico ciadiano di Pane&Rose; egli stesso si definisce "il guardiano" dell'associazione a Mondo dove da N'djamena si è trasferito per amore dieci anni fa. Sua moglie gli ha regalato' otto figli, certo: «la vita al villaggio è più dura che in citta» ,ci aveva confessato un anno fa, ma lui preferisce crescere i suoi figli «nella calma e nella purezza della vita semplice del villaggio, lontano dal caos della capitale». Anche se a tratti è stanco, non torna indietro D'jilbert, è convinto che la cosa giusta da fare sia rimboccarsi le maniche e lavorare per il presente ed il futuro di quella gente, ora la sua gente, e di quella terra che ora soffrono tanto, è evidente, ma proprio perché allenati alla sofferenza, alla scarsezza dei mezzi, loro possono trovare la forza per cambiare almeno qualcosa. Tutti insieme siamo partiti dall'acqua, emergenza dell'intero paese ma soprattutto dell'arida regione del Kanem dove ci troviamo. Noi siamo tornati li per fare la nostra parte e in questa occasione se ne sono accorti davvero tutti. Ce lo dimostreranno partecipando ai lavori sin dall'inizio, proponendo soluzioni per risolvere i problemi, insomma, affiancandoci anche nei momenti più duri che nella missione non sono mancati. Fortunatamente abbiamo trovato un villaggio diverso rispetto a quello dello scorso anno, ci ha fatto molto piacere il constatare
un po' di tempo; gli amici italiani di un'associazione sportiva di Ostia, I'Happy Surf, oltre che a raccogliere fondi per realizzare uno dei nostri pozzi, ci hanno donato anche una rete per il campo di palla a volo e dei palloni che abbiamo portato con noi dall'Italia insieme agli altri materiali. Noi volontari, non aspettavamo altro che trovare il tempo per montare la rete nei pressi della scuola di Mondo. Detto, fatto: in meno di due ore, con l'aiuto dei giovani del villaggio che appena ricevuta la notizia ci hanno raggiunti eccitati al campo, riusciamo a fare anche una partita prima del tramonto nel deserto. Presto, ci hanno promesso al villaggio, formeranno una squadra con tanto di allenamenti settimanali e riserve in panchina e chissà che un giorno non lontano Mondo, il Ciad, non possa avere una squadra presente alle olimpiadi. Le donne di mondo, l'importanza della partecipazione alla vita del villaggio e i bisogni reali dei suoi abitanti Le donne, spesso spose bambine nel nord del Ciad, restano in breve tempo sole al villaggio con in media sei figli a testa, da sfamare al Mondo, ad esempio, le donne chef de menage ,ossia capo famiglia, sono 300 su un distretto che conta 20.000 persone; lo scopriamo al nostro arrivo quest'anno grazie al neoeletto sindaco del villaggio, Monsieur Younouss Ali con cui iniziamo a lavorare quasi subito per la creazione di piccole attività generatrici di reddito per le donne in evidenti difficoltà economiche.
Avevamo cominciato a pensare a che genere di attività far decollare a Mondo già dalla passata Missione di Pane&Rose, avendo svolto varie interviste alle donne ma le idee, in pochi istanti, si chiariscono abbandonando ogni dubbio parlandone con Younouss, anche lui desideroso di darci una mano sin dal nostro primo giorno li. Ci confessa che anche lui ha bisogno di noi, della nostra presenza in quei giorni perché ha intenzione di farsi conoscere bene dalle donne del villaggio e in questo sa che la presenza di altre donne, per giunta venute da lontano ma già benviste perché conosciute, può e deve essere una occasione da cogliere al volo che non vuole assolutamente farsi scappare. Programmiamo dunque insieme un ciclo di riunioni sia tra noi, per coordinare gli interventi, sia direttamente con le donne dei 5 quartieri. Ci diamo qualche giorno per farci vedere in giro e per capire quali possano essere per loro gli orari migliori per poter partecipare alle nostre riunioni e, in poche ore, cominciamo il lavoro di empowerment vero e proprio al villaggio.
Ad ogni occasione utile le donne di Mondo, ma anche quelle dei piccoli villaggi limitrofi dove siamo arrivati per portare l'acqua, ci chiamano, ci raggiungono per afferrarci le mani e poterci ripetere fino alla noia: ((Shukran! Shukran! Grazie! Grazie!».
Addirittura una di loro, era venuta al cantiere per rimanervi tutto il giorno, ha seguito ogni passo del lavoro al pozzo poi, una volta che ha visto finalmente l'acqua fuoriuscire, ci venuta incontro, ci ha preso le mani e con voce sottile ha pronunciato un timido grazie per poi sparire rapidamente nella brousse. Un'altra accanto a lei ha applaudito, i loro bambini hanno cantato. A sera, D'jilbert ci ha spiegato che in quel villaggio molte donne e bambini non avevano mai visto il colore argenteo dell'acqua prima di quel momento ... La ricerca e la gestione quotidiana dell'acqua si sa, in Africa, è "cosa di donna", per cui non ci ha sorpreso affatto, anzi, in verità non poteva farci più piacere, il condividere soprattutto con loro quegli splendidi momenti di festa delle inaugurazioni dei nostri pozzi. Ne svolgeremo diverse di riunioni insieme al villaggio, tra mattino e pomeriggio; qualcuna non riuscirà ad avere luogo causa tempesta di sabbia, fenomeno nuovo per noi che pur essendo stati li nello stesso periodo l'anno scorso, non avevamo mai assistito ad un fenomeno tale. Quella sera, tutti siamo rimasti chiusi in casa, o in capanna, per i tanti che a Mondo la casa ce l'hanno ma è fatta di paglia e teli. Ne abbiamo approfittato per andare a dormire presto quella sera; i giorni scorrono veloci e di cose da fare ne avevamo ancora tante. Stavamo aspettando la riapertura della scuola elementare a Mondo per consegnare diversi materiali raccolti nell'ultimo anno da alcune scuole di Roma e Napoli dove come associazione abbiamo tenuto degli interventi per parlare ai bambini della realtà africana in cui ci stiamo muovendo già da un pò. Il desiderio è coinvolgere i piccoli studenti e le loro famiglie affinché nessuno possa più dire di non sapere che nel mondo c'è ancora chi, ogni giorno, non ha accesso all'acqua. Tra i tanti problemi riscontrati a Mondo, in primis sicuramente proprio questo appena accennato; fortunatamente la natura, a volte, sa anche essere clemente per cui a Mondo e nelle sue vicinanze, l'acqua è a una quarantina di metri sotto il suolo; dotando quindi la popolazione locale di un minimo di tecnica, di una trivella, dei tubi in PVC e di qualche braccia forte, l'impresa pur essendo ardua non è impossibile. Durante questo mese ci siamo resi conto che ciò che preoccupa notevolmente gli abitanti di Mondo oltre chiaramente alla questione idrica è il problema relativo all'environement, all'ambiente, e dunque strettamente legato agli effetti della desertificazione che sta interessando in maniera particolare, in Africa, proprio la fascia sub-sahariana. L'arido suolo continua ad aprire dei solchi profondissimi nelle strade, i cosiddetti ravins, che stanno mettendo a dura prova le abitazioni dei locali, le loro case fatte di fango e sabbia. Qualcuno tra gli anziani del villaggio, insieme al sindaco, ha avanzato l'ipotesi che tra meno di un paio d'anni le abitazioni rischiano di sgretolarsi e di cadere come castelli di carta al vento ... Alla nostra domanda allora di quale, secondo loro, possa essere una soluzione efficace al grave problema, ci rispondono che solo un'opera di canalizzazione delle acque che interessi tutto il villaggio, potrebbe aiutarli. Quel giorno, continuare i nostri lavori per i più è stato particolarmente faticoso, avevamo appena sentito dalle loro parole delle verità cosi maledettamente evidenti anche ai nostri occhi, avremmo voluto poter promettere di poter realizzare più di quello che effettivamente stavamo facendo, eppure, abbiamo dovuto stringere i denti e continuare per la nostra strada, quella dell'acqua.
Al villaggio, attraverso le nostre riunioni, abbiamo voluto incontrare le donne giovani ma anche quelle più in la con gli anni, raggiungendole nei loro 5 quartieri che la nuova amministrazione si è data dallo scorso febbraio; a scegliere i loro nomi, il sindaco in persona che durante una passeggiata una mattina in cui era in atto una tempesta di sabbia particolarmente fastidiosa, ci ha confidato di averci pensato a .lungo e di non essere riuscito a dormire bene fino al momento in cui ne aveva trovati di significativi.
Younouss, questo il suo nome, aveva scelto un momento particolare per tenerli a battesimo, proprio quelle nostre riunioni "strappate" per sensibilizzare le donne a partecipare alle future attività economiche per loro, sole da troppo tempo e senza nemmeno un briciolo di speranza nel futuro per se e per i loro bimbi. I nomi scelti per i cinque quartieri di Mondo troviamo che siano stati effettivamente il frutto di un ragionamento fervido ed appassionato, lo stesso che abbiamo cercato di mantenere alla base del nostro lavoro cominciato assieme alle donne quasi subito al nostro arrivo. Ascoltarli ci da un senso di pace e speranza e per questo, ad ogni riunione, cominciamo con la loro lettura ad alta voce, quasi a volerlo far diventare un rito collettivo portafortuna. Quartiere I: Alkhair, in arabo felicità. Quartiere Il:Al barakac, pazienza.
Quartiere III: Al Rahama, misericordia.
Quartiere IV: Choukour et Hamdc, soddisfazione. Quartiere V: Al Salama, pace.
Ci ha fatto piacere condividere, con chi ci aveva pensato tanto, gli entusiasmi durante ogni incontro, ci è piaciuto osservare le espressioni fiere di ogni donna che ha partecipato alle riunioni, fermarne le immagini avendone la possibilità grazie anche al tempo preso per una traduzione e l'altra dal francese al Kanembou, lingua locale, e poter avere così il tempo di riordinare i pensieri e rimanere lucide nonostante le forti emozioni che quelle situazioni nuove stavano inconsapevolmente scaturendo.
Durante gli incontri con le donne abbiamo anche cercato di diffondere tra loro un minimo di fiducia nelle proprie capacità nonché un minimo di coscienza dei propri diritti; un esempio su tutti è stato l'indirizzarle all'ambulatorio di cui disporrebbero li al villaggio che in genere è sfornito di tutto e nel quale lavora un personale interamente maschile che non ci sentiamo di definire all'altezza ne tanto meno di stimolo alla sua frequentazione. Approfittando nella nostra missione, a titolo personale,i singoli soci dell'associazione hanno voluto donare un certo quantitativo di medicinali e latte in polvere che chiaramente non risolveranno l'emergenza sanitaria al villaggio ma che almeno per qualche settimana, si è pensato, potrebbero alleviare qualche bisogno di giovani madri o comunque di qualche ammalato non grave. In realtà, purtroppo al momento a Mondo c'è un senso di totale estraneità delle donne verso una struttura che quasi sempre non è nemmeno presa in considerazione; è pur vero che al villaggio manca un medico, che il più vicino ospedale, quello di Mao, si trova a circa 45 km, che non esiste un mezzo di trasporto per i casi più gravi e che si muore spesso di complicanze da parto; l'ultima volta è successo nel 2005 quando sono morte 3 giovani donne che non avevano i soldi per pagarsi il trasporto in ospedale. È chiaro che alla luce di questi dati, anche noi non siamo riusciti a non provare un generale senso di sfiducia verso un servizio che nella pratica non è in grado di tutelare proprio nessuno. Abbiamo allora invitato il personale del Centro Sanitario di Mondo a scrivere alle autorità competenti per cercare di sollecitare degli interventi concreti ed immediati che possano toglierli dall'ennesima emergenza.
Una volta terminate le riunioni, siamo infine passati alla fase pratica; i gruppi di donne si sono dati delle cariche interne che serviranno, speriamo, una volta avviate le attività vere e proprie; a loro ora, far decollare e prendersi cura dell'orto comunitario che abbiamo avviato grazie alla pompa solare montata all'esterno del mercato che si tiene a Mondo ogni domenica, li dove, già dall'anno scorso, noi di Pane&Rose abbiamo creato una recinzione per delimitare lo spazio comune dove le donne potranno far partire la cooperativa agricola coltivando i semi delle verdure, degli ortaggi e dei legumi che abbiamo portato dall'Itatia; a loro inoltre, nelle prossime settimane, l'organizzazione per la produzione della pasta da vendere al mercato. Abbiamo portato per le donne di Mondo alcune macchine per fare la pasta, un alimento che già da tempo conoscono e consumano in media una volta a settimana. Ci auguriamo di raccogliere presto i frutti del loro lavoro e del loro caldissimo clima utile, almeno in questa circostanza, alla produzione veloce di ortaggi e verdure di cui purtroppo per la recessione economica in atto si ha particolarmente necessita sui banchi del mercato.
Buon lavoro Mondo!

Di Ivana Dama

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Finto testo per provare gli spazi...